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Nato durante i bombardamenti
del 1944 sulla mia città, posso dire di aver assistito fin
dalla nascita alla distruzione di una realtà solida, ordinata
e produttiva, seguita ben presto da una ricostruzione tanto caotica
quanto affascinante agli occhi di un bambino.
I miei primi giardini d’infanzia furono le macerie del mio
quartiere che si coprivano di erbacce, oppure i prati della periferia
su cui vedevo sorgere, dietro a foreste d’impalcature, palazzoni
scoordinati e ben lontani dall’idea di città: parevano
generati dalla Terra stessa, come l’erba e le greggi che ancora
vi pascolavano. Forse per questo motivo non aderii mai completamente
alla rigidità delle definizioni: ogni oggetto ed ogni parola
mi sembravano rimandare ad altre dimensioni, formando una rete inestricabile
di complicità ed allusioni.
Fin dai primissimi anni, scarabocchiare significò per me
interagire con quel caos generativo capace di produrre forme ad
un ritmo mai visto. Fu però negli anni ’70 che nacquero
i primi disegni consapevoli, dove le forme della Natura, dell’industria
e dell’architettura cercavano l’una nell’altra
le loro radici. Uno stimolo inesauribile mi veniva fornito da quell’ambiente
industriale in continua trasformazione dove si svolse tutta la mia
vita lavorativa e che ancora oggi non cessa di stupirmi.
A margine di questa ricerca scoprii, quasi per caso, la fotografia:
essa mi avrebbe permesso (così pensavo ingenuamente) di ritagliare
queste analogie dalla stessa realtà visiva. Mi accorsi ben
presto, tuttavia, che la presenza di un procedimento scientifico
e di soggetti facilmente riconoscibili rendevano ancora più
misterioso il rapporto tra il dato sensoriale e le scelte compositive
dell’autore. Come le persone, le “cose” in cui
la nostra mente frammenta l’Universo esprimono tutta la loro
individualità solo nel momento in cui perdono la loro separatezza:
gli oggetti ed i luoghi più banali diventano così,
per chi sappia vedere, crocevia di tutte le forze e di tutti i messaggi.
Gli oggetti più banali, ma anche i più monumentali
e retorici. Basta a volte una barriera, un’impalcatura, un
punto di vista inconsueto a far crollare miseramente il rigido percorso
semantico previsto dai loro ideatori: il monumento si ritrova nudo,
sguarnito e finalmente… interpretabile come ogni altra cosa:
tragico nella sua finitezza, eroico nella sua volontà di
rappresentare il Tutto.
In un’epoca di barbaro scontro fra riduzionismi religiosi
e tecnocratici apparentemente antagonisti, riaffermare con ogni
mezzo l’infinita complessità dei piani interpretativi
è compito irrinunciabile ed urgente, prima che l’orrore
della visione unica ci sommerga.
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