Alberto Clerico

Fotografo - Photographe - Photographer

Nato durante i bombardamenti del 1944 sulla mia città, posso dire di aver assistito fin dalla nascita alla distruzione di una realtà solida, ordinata e produttiva, seguita ben presto da una ricostruzione tanto caotica quanto affascinante agli occhi di un bambino.
I miei primi giardini d’infanzia furono le macerie del mio quartiere che si coprivano di erbacce, oppure i prati della periferia su cui vedevo sorgere, dietro a foreste d’impalcature, palazzoni scoordinati e ben lontani dall’idea di città: parevano generati dalla Terra stessa, come l’erba e le greggi che ancora vi pascolavano. Forse per questo motivo non aderii mai completamente alla rigidità delle definizioni: ogni oggetto ed ogni parola mi sembravano rimandare ad altre dimensioni, formando una rete inestricabile di complicità ed allusioni.
Fin dai primissimi anni, scarabocchiare significò per me interagire con quel caos generativo capace di produrre forme ad un ritmo mai visto. Fu però negli anni ’70 che nacquero i primi disegni consapevoli, dove le forme della Natura, dell’industria e dell’architettura cercavano l’una nell’altra le loro radici. Uno stimolo inesauribile mi veniva fornito da quell’ambiente industriale in continua trasformazione dove si svolse tutta la mia vita lavorativa e che ancora oggi non cessa di stupirmi.
A margine di questa ricerca scoprii, quasi per caso, la fotografia: essa mi avrebbe permesso (così pensavo ingenuamente) di ritagliare queste analogie dalla stessa realtà visiva. Mi accorsi ben presto, tuttavia, che la presenza di un procedimento scientifico e di soggetti facilmente riconoscibili rendevano ancora più misterioso il rapporto tra il dato sensoriale e le scelte compositive dell’autore. Come le persone, le “cose” in cui la nostra mente frammenta l’Universo esprimono tutta la loro individualità solo nel momento in cui perdono la loro separatezza: gli oggetti ed i luoghi più banali diventano così, per chi sappia vedere, crocevia di tutte le forze e di tutti i messaggi.
Gli oggetti più banali, ma anche i più monumentali e retorici. Basta a volte una barriera, un’impalcatura, un punto di vista inconsueto a far crollare miseramente il rigido percorso semantico previsto dai loro ideatori: il monumento si ritrova nudo, sguarnito e finalmente… interpretabile come ogni altra cosa: tragico nella sua finitezza, eroico nella sua volontà di rappresentare il Tutto.
In un’epoca di barbaro scontro fra riduzionismi religiosi e tecnocratici apparentemente antagonisti, riaffermare con ogni mezzo l’infinita complessità dei piani interpretativi è compito irrinunciabile ed urgente, prima che l’orrore della visione unica ci sommerga.